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Ristretta base alle corde

Continua l’inversione di tendenza della Cassazione sulla "diabolica presunzione" di una distribuzione di utili extra-contabili.

La presunzione di distribuzione di utili extracontabili ai soci di società di capitali a ristretta base partecipativa anima da molti anni le aule delle Commissioni tributarie. La diabolica presunzione, pur non trovando alcun fondamento nella legge, ha incontrato costante riscontro nelle sentenze della Corte di Cassazione, tanto da potersi ormai considerare “ius receptum”, a dispetto del principio di legalità.

Di recente, questa prassi consolidata dell’Agenzia delle Entrate di imputare direttamente ai soci i maggiori utili accertati in capo alla società di capitali partecipata, in virtù della ristrettezza della compagine sociale, sembra trovare alcune resistenze e talvolta alcune contraddizioni nei giudici della Suprema Corte, tanto da far ipotizzare un suo lento ma progressivo indebolimento.
Un’interessante riflessione può venire dalla lettura dell’ordinanza della Corte di Cassazione 29.11.2021, n. 37193, con cui la Suprema Corte, rinviando la causa ai giudici di appello, argomenta che la rideterminazione perfezionata tra Amministrazione Finanziaria e società (di capitali), nell’ambito di un accertamento con adesione, non condiziona l’accertamento dei soci. Le norme previste per le società di persone, nell’ambito di tale strumento deflattivo, non sono applicabili alle società di capitali a causa della totale assenza di litisconsorzio necessario.
Il caso riguardava un accertamento di utili occultati in capo alla società di capitali a base ristretta a cui aveva fatto seguito l’accertamento dei maggiori redditi imputabili pro-quota ai singoli soci. La società aveva definito la pretesa in adesione con l’Agenzia delle Entrate ma i soci, benché ritualmente convocati, non avevano partecipato al contraddittorio.

La Cassazione, nelle motivazioni, sostiene che la disciplina prevista dall’art. 4, c. 2 D.Lgs. 218/1997 si applica alle sole ipotesi di esercizio di attività di impresa, arte o professione in forma associata di cui all’art. 5 del Tuir (azienda coniugale, associazioni tra professionisti, società di persone, ecc.) e non alle società di capitali che non sono menzionate dalla norma. Per questa ragione, sarebbe legittimo mantenere nei confronti dei soci l’originario accertamento effettuato sulla base dei rilievi effettuati nei confronti della società, senza tener conto degli effetti della riduzione operata nel corso del procedimento di adesione. I giudici proseguono ribadendo la legittimità della presunzione di imputare ai soci per trasparenza i maggiori utili extracontabili accertati nei confronti della società.

Questa interpretazione appare del tutto contraddittoria, perché, se è vero che le norme in materia di accertamento con adesione non prevedono l’obbligo di litisconsorzio dei soci di società di capitali, è altrettanto vero che nessuna norma impone l’imputazione per trasparenza degli utili extrabilancio, se non in caso di opzione per la trasparenza di cui agli artt. 115 e 116 del Tuir. Assecondare la tesi della Cassazione equivale a dire che i soci di società di capitali a ristretta base dovrebbero subire soltanto gli effetti negativi dell’accertamento societario e non quelli positivi (la riduzione operata in sede di adesione). Conclusione del tutto ambigua e contraria a ogni criterio di equità e di ragionevolezza.
Da ricordare invece alcune recenti sentenze che pongono un freno alla diabolica presunzione (Cass. n. 19442/2021; Cass- n. 29794/2021).

12/01/2022
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Ristretta base societaria
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