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Concorso in bancarotta fraudolenta del commercialista

15/01/2019 | di Attanasio Pallizzi

Il termine bancarotta spesso viene utilizzato impropriamente mentre è doveroso ricondurlo al reato fallimentare disciplinato dal titolo VI della legge fallimentare (R.D. 16.03.1942, n. 267) che suddivide il reato in due fattispecie.
La bancarotta semplice è disciplinata dall'art. 217 L.F., mentre la bancarotta fraudolenta caratterizzata dal comportamento fraudolento e doloso del fallito è disciplinato dall'art. 216 L.F.
Senza addentrarci nelle caratteristiche e differenze che riguardano questi due reati occorre però fare molta attenzione al ruolo che altre figure terze possono avere nella procedura fallimentare e nei reati penali annessi.
Spesso accade che i consulenti dell'impresa siano chiamati a fornire consigli e pareri sulle più opportune scelte aziendali da compiere per superare meglio la crisi o, quando non è possibile superarla, uscire il meno danneggiati dallo stato d'insolvenza.
Per il professionista è cosa doverosa, ancorché prudente, tenere un comportamento volto alla legalità per garantire il pieno rispetto delle norme civilistiche e fiscali.
I commercialisti o gli avvocati possono concorrere nei fatti di bancarotta quando, consapevoli dei propositi distrattivi dell'imprenditore, degli amministratori della società e dei liquidatori, forniscano consulenze, consigli o semplici suggerimenti sui mezzi giuridici o altri espedienti idonei a sottrarre i beni ai creditori.
Il loro ruolo è ancor più grave se li assistono nella conclusione dei relativi atti quali cambi di amministratore e cessioni di quote ovvero ancora svolgano attività dirette a garantire l'impunità o a favorire o rafforzare, con il proprio ausilio, l'altrui proposito criminoso della bancarotta (v. Cass., Sez. V, 18.11.2003, n. 569 e Cass. 15.02.2008, n. 10742). In questi casi è configurabile, a carico dei professionisti, il reato di concorso in bancarotta fraudolenta come ribadito da diverse pronunce della Corte di Cassazione (sentenza n. 39988/2012).
Dello stesso avviso è la sentenza della Corte di Cassazione n. 30412/2011, che afferma che anche il terzo, estraneo alla società, può essere accusato di concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale. Così il commercialista, che aiuta l'imprenditore a far fallire la società, si ritrova coinvolto insieme all'imprenditore rispondendo, ex art. 110 (della pari responsabilità) del codice penale, nel reato del soggetto proprio.
Secondo il suddetto articolo tutti i soggetti che hanno dato il loro contributo alla realizzazione del fatto criminoso sono sottoposti alla stessa pena, e ciò indipendentemente dalla natura fondamentale o meramente accessoria dei rispettivi apporti.
Per completezza è utile ricordare che la responsabilità del commercialista in rapporto all'impresa assume la veste di responsabilità concorsuale. In questo caso, egli è estraneo alla compagine sociale e risponde per il semplice fatto di avere dato consigli tecnici o tenuto comportamenti che abbiano agevolato la commissione del reato da parte dell'imprenditore.
Prestate quindi molta attenzione perché l'imprenditore in crisi tende a porre in essere una serie di attività volte a salvare il proprio patrimonio chiedendo aiuto ai professionisti tra i quali anche il commercialista.