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La sanzione applicabile alla compensazione dei crediti "ante tempus"

08/08/2019 | di Stefano Natali

Sull’indebita compensazione di crediti d’imposta, la giurisprudenza prevalente si allinea al pensiero dell’amministrazione finanziaria. È doveroso precisare che va tenuta ben distinta la compensazione di crediti non spettanti dalla compensazione di crediti inesistenti. Il secondo caso, infatti, riguarda l’utilizzo in compensazione di crediti dei quali manca - in tutto o in parte - il presupposto costitutivo e, sotto questo profilo, il legislatore sceglie la linea dura. Violazione più grave, punita con sanzione più pesante (dal 100% al 200%), senza possibilità di definizione agevolata (art. 13, comma 5, D.Lgs. 471/1997) e termini di accertamento (31.12 dell’ottavo anno successivo alla violazione).
Il caso in rassegna riguarda invece la fattispecie dell’utilizzo in compensazione del credito definito non spettante, ovvero il credito esistente, ma compensato in violazione delle modalità di utilizzo previste dalla norma. Rientra in questa casistica anche il credito esistente, ma utilizzato in misura superiore a quella spettante. La norma che disciplina il caso in questione è l’art. 13, comma 4, D.Lgs. 471/1997. Questa fattispecie è particolarmente diffusa in tema di crediti Iva (annuali e infrannuali) che, come noto, possono essere utilizzati in compensazione nella misura eccedente quella prevista dall’art. 17, c. 1, D.Lgs. 241/1997 (attualmente fissata in euro 5.000) soltanto decorso il decimo giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione annuale o dell’istanza trimestrale. Dal tenore letterale della norma si evince che la violazione viene sanzionata alla stessa stregua dell’omesso o tardivo versamento (sanzione del 30%). Nonostante il chiaro contenuto della norma, si rileva molto contenzioso in materia. Molti contribuenti, confortati dalle decisioni di alcuni giudici di merito, sostengono la tesi della violazione meramente formale.
Il caso riguarda infatti un credito esistente e perciò spettante, il cui utilizzo è avvenuto prima del termine previsto dalle vigenti norme. Quindi utilizzo di un credito legittimo, ma comunque effettuato in violazione della norma. L’art. 13, c. 4 D.Lgs. 471/1997 sembra non lasciare spazio ad alcun dubbio: “Nel caso di utilizzo di un’eccedenza o di un credito d’imposta esistenti in misura superiore a quella spettante o in violazione delle modalità di utilizzo previste dalle leggi vigenti si applica, salva l’applicazione di disposizioni speciali, la sanzione pari al 30% del credito utilizzato”.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 19426 del 18.07.2019, affrontando il tema in rassegna, ha accolto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate, argomentando che «In tema di Iva, l'errata utilizzazione della compensazione in sede di liquidazione periodica, in assenza dei relativi presupposti, non integra una violazione meramente formale, neppure ove il credito d'imposta risulti dovuto in sede di dichiarazione annuale e liquidazione finale, poiché comporta il mancato versamento di parte del tributo alle scadenze previste e determina il ritardato incasso erariale, con conseguente deficit di cassa, sia pure transitorio, nel periodo infrannuale, per cui è sanzionabile ai sensi dell'art. 13 del D.Lgs. n. 471/1997».
Resta, tuttavia, uno spiraglio per le violazioni commesse anteriormente alle modifiche operate dal D.Lgs. 158/2015, in quanto la versione previgente della norma non prevedeva alcuna specifica sanzione per il caso in rassegna.